sabato 10 febbraio 2018

La delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI GRATIS DI GIURISPRUDENZA]


Matrimonio - Nullità del matrimonio - La delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario : L'ordinamento italiano è caratterizzato dalla compresenza di diverse forme di matrimonio: il matrimonio esclusivamente civile, regolato dagli artt. 79 e ss. c.c., quello esclusivamente religioso, proprio di varie confessioni religiose, ed il matrimonio frutto del Concordato del 1929 ossia il c.d. matrimonio concordatario. Quest'ultimo sorto dall'accordo tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica consente agli sposi di contrarre il sacramento del matrimonio, di fronte a un ministro di culto cattolico, secondo le regole del diritto canonico, e nello stesso tempo di essere assoggettati agli effetti che derivano dal vincolo matrimoniale, secondo quanto previsto dal Codice civile.Con un solo atto pertanto gli sposi acquistano la qualità di coniugi nell'ordinamento della Chiesa Cattolica, e nell'ordinamento dello Stato italiano. Il matrimonio cattolico, avente per la Chiesa valore di sacramento acquista effetti civili nel momento in cui viene trascritto nei registri dello Stato.


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La delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario

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Diritto internazionale [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI GRATIS DI GIURISPRUDENZA]


Il diritto internazionale può essere definito come il diritto della comunità degli Stati. Si tratta di un complesso di norme che nascono dalla cooperazione tra gli Stati e si collocano al di sopra di ogni stato. Si dice anche che il diritto internazionale regola i rapporti tra Stati, ma questa definizione è un po' equivoca perché oggi si assiste alla tendenza al c.d. "internazionalismo", perché il diritto internazionale disciplina anche molti aspetti commerciali, sociali ed economici e non è più un semplice "diritto per diplomatici", ma viene continuamente applicato direttamente dai giudici interni, nazionali. E' pertanto opportuno distinguere la definizione formale (nel senso che crea obblighi e diritti per gli Stati) da quella materiale (nel senso che regola i rapporti interindividuali, cioè interni alle singole comunità statali). Oggi si tende anche a distinguere il diritto internazionale pubblico dal diritto internazionale privato. In realtà bisogna precisare che non si tratta di due branche dello stesso ordinamento, ma di due ordinamenti diversi: il diritto internazionale privato è formato da quelle norme statali che delimitano il diritto privato di uno Stato, stabilendo quando esso va applicato e quando invece il giudice nazionale deve applicare le norme del diritto privato straniere. In Italia la materia è regolata dalla legge 218/95.



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Diritto privato Gazzoni obbligazioni e contratto [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI GRATIS DI GIURISPRUDENZA]


Contratto(art 1321):accordo tra due o più parti volto a costituire,regolare o estinguere un rapporto giuridico patrimoniale => esclude dall’essere contratto altri rapporti giuridici come il matrimonio e risente del collegamento con l’art 1173 secondo cui il contratto è fonte obbligatoria per cui esclude i contratti che comportano un trasferimento immediato dei diritti(c.d contratti a effetti reali o traslativi).Il contratto non solo obbliga le parti a quanto è scritto nello stesso,ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge,o in assenza,secondo gli usi e l’equità.La dottrina ritiene che la legge,gli usi e l’equità(fonti eteronome),non possono far nascere delle conseguenze diverse da quelle stabilite dalle parti(fonte autonoma),ma possono solo svolgere un ruolo suppletivo,in caso di lacune lasciate dai contraenti. Il codice civile è costituito da:
- Parte generale:comune a tutti i contratti,tipici ed atipici ed anche agli atti unilaterali(sinonimo di negozio unilaterale)infatti,salvo diverse disposizioni di legge,le norme che regolano i contratti si applicano anche agli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale(art 1324),ad esclusione del testamento,matrimonio e dei rapporti del diritto di famiglia.Il contratto e l’atto unilaterale hanno in comune il contenuto patrimoniale e l’essere entrambi atti negoziali,mentre si distinguono per la struttura
-Parte specifica:per i singoli contratti Quindi il contratto è al centro del sistema,mentre in nessuna norma si fa riferimento al negozio giuridico,che non lo si può intendere come qualsiasi manifestazione di volontà ma solo quelle intrinsecamente omogenee,invece in altri ordinamenti come quello tedesco il negozio giuridico non ha solo una definizione codicistica ma anche una propria disciplina.La scelta del legislatore del 1942 è dovuta all’intenzione di sottolineare lo strumento di scambio che è il contratto,più che la volontà del singolo.


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Riassunto La politica e gli stati R. Gherardi [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI GRATIS DI GIURISPRUDENZA]


I modelli del pensiero politico occidentale sono indiscutibilmente Hobbes, Grozio e Kant. La prospettiva hobbesiana viene indicata come fondamento della scuola realista e della sua concezione conflittuale della politica internazionale: soggetti esclusivi di quest’ultima sono gli Stati chiamati a difendere i loro interessi all’interno di un contesto anarchico caratterizzato esclusivamente dai rapporti di forza tra gli Stati stessi. La guerra è il mezzo risolutivo dello scontro tra differenti conflitti di interesse e l’equilibrio è l’unica condizione possibile di un ordine internazionale che invece è destinato a rimanere precario. La scuola liberista di matrice kantiana, invece è orientata ad una cooperazione tra gli Stati che fa perno sullo sviluppo economico e su istituzioni politiche adeguate a livello nazionale e internazionale. La tradizione liberale sottolinea la necessità che gli Stati si muniscano di governi e istituzioni garanti della legge contro ogni arbitrio in un progetto di istituzionalizzazione che tende a proiettarsi all’esterno dello Stato. La Società delle Nazioni sarà il primo importante esempio sul piano storico. La scuola che fa capo al pensiero di Grozio, invece, si colloca in mezzo alle due scuole sopracitate. La dottrina della guerra giusta, infatti, si situa in un contesto che prevede l’idea di una società anarchica degli Stati e l’esistenza di vincoli derivanti dal diritto naturale destinati a temperarne i conflitti. Il moderno pensiero politico occidentale àncora la problematica della guerra e della pace alla realtà effettiva dello Stato e del sistema internazionale degli Stati affermatosi con la pace di Westfalia, la pace che segna in Europa la fine della Guerra dei Trent’anni.



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Riassunto La politica e gli stati R. Gherardi 

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sabato 27 gennaio 2018

Un quarto d'ora per il caffè [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI PDF GRATIS]


Ricordo da bambino di aver preso coscienza molto presto della presenza sulla terra, di esseri umani con la pelle diversa dalla mia. Un colore diverso. Credevo fosse marrone scuro. Ce n’era uno simpaticissimo che guidava una macchina color verde petrolio. Arrivava a casa di mio padre a tutta birra con il baule pieno di calzini di ogni colore e taglia. Scendeva, chiedeva un bicchiere d’acqua, e per più volte ricordo di averlo visto dare una mano a mio padre. Un sorriso grande, denti bianchissimi. Mio padre e mia madre spesso per ringraziarlo della cordialità acquistavano qualcosa e lui andava via felice. Questo sorriso unito alla gentilezza sua e dei miei genitori, hanno annaffiato il seme dell’accoglienza. Il frutto del razzismo e della paura in me non è mai nato. Non sono mai esistiti per me gialli, neri, bianchi. C’erano e ci sono persone. Le differenze più che nel colore, le ho sempre trovate nel sorriso. Vero, finto, forzato, maligno, genuino.

Tutt’ora nella scuola di mia figlia, c’è un bambino di colore. Suo padre fa l’ingegnere e parla correttamente 3 lingue più la sua d’origine. Voglio dire, per furbo quale sono, so quasi tutto dell’italiano e quasi nulla dell’inglese. Però per la stragrande maggioranza della gente, io sono in gamba e lui è un negro. Ricordo di una signora che venne a casa mia e per casualità arrivò il ragazzo dalla macchina verde. La sua semplicità lo portò a stringere la mano alla signora che ricordo molto bene, si guardò subito il palmo della mano per vedere se era rimasta tinta di marrone. L’ignoranza. Leggo di un medico che lavora alla Guardia medica di Cantù. Un certo Andi Nganso. Un medico di colore. 30 anni, si è fatto le ossa lavorando per la Croce Rossa in diversi centri di accoglienza per migranti, dall’hinterland milanese a Lampedusa, infine a Cantù, nel Comasco, dove da un anno lavora per il servizio di continuità assistenziale. Pochi giorni fa ha avuto un piccolo inconveniente con una paziente. Una signora di una sessantina d’anni, che ha lasciato l’ambulatorio spiegando che non si sarebbe mai fatta toccare “da un medico negro”. Vuoi mai che resti macchiata. Voglio dire, se hai un problema a un occhio e il medico ti tocca, come fai a raccontare in giro che sei stato visitato da un medico di colore e non hai preso un pugno in faccia? Avrei riso tanto da dover essere ricoverato anche io. Solo che io di Andi Nganso non avrei paura. Il suo sorriso mi ricorda quello del ragazzo con la macchina verde. L’ignoranza fa più disastri di un’azione cattiva volontaria a volte. Sparita la signora, Andi ha subito scritto la sua lamentela su un social, andandoci anche non troppo leggero. Ringraziando la signora per avergli regalato un quarto d’ora in più per il caffè, l’ha poi offesa. In fondo voglio dire. Uno a uno. Palla al centro. Si perché nel 2018, mi spiace ma non si può più accettare una situazione del genere. Originario del Camerun e ormai italiano d’adozione, dato che è arrivato qui 12 anni fa per motivi di studio e ora vive a Sesto San Giovanni, stiamo parlando di un medico italiano. E anche se non lo fosse, italiano intendo, resterebbe comunque un medico. La signora non credo avesse avuto un gran bisogno di cure se il colore della pelle di Andi l’ha fatta correre via. Dovrebbe dire grazie anche lei per essersi risparmiata i soldi del Ticket. Dovrebbero ringraziare anche le persone presenti. Una persona in meno, fila più corta, attesa minore. A casa prima. Insomma, per un gesto di maleducazione siamo a dire grazie. Vuoi per simpatia, vuoi perché ci arrabattiamo a giudicare chi riempie i Tg con la cronaca nera, poi siamo li a scappare di fronte a un medico. Ah già, un medico nero. Come l’inchiostro, come la pece, come la notte, come il buio. Come il cuore di chi non ti accetta, di chi non ti vuole. Siamo nel 2018, sveglia. Non ne ho più voglia di questa gente. Voglio tornare bambino. Voglio rivedere quella macchina verde petrolio. Voglio rivedere quel ragazzo sorridente che si era appioppato da solo un improbabile nome italiano. Voglio vedere la stretta di mano tra lui e mio padre. Voglio rivedere nella gente l’amicizia e l’accoglienza. Voglio quello che non esiste probabilmente. E questo mi fa stare male. Andrò al pronto soccorso, sperando di non trovare il fila la signora di Cantù o dovrò andarmene. Io in fila con un razzista non ci voglio stare.
Franco Quadalti

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venerdì 26 gennaio 2018

Il giorno della memoria [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI PDF GRATIS]


Il titolo dice tutto. Basterebbe questo. Non è una frase che può essere fraintesa. Non è un nome che ti potrebbe ricordare almeno tre persone che conosci. È più come il titolo di una canzone. Tu leggi “Imagine” e ti viene in mente John Lennon. Tutto qui. Non c’è altro da dire. Il 27 gennaio si è celebrata una ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell'Olocausto. È stata così designato dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria. Non è una cosa da poco. Proprio per nulla. Per dire qualcosa di più, in terza media come esame di fine anno, ho portato la seconda guerra mondiale. Ho passato diverse settimane a leggere e documentarmi su quel pezzo di vita, o meglio, su quel tratto di morte. Come detto, leggi “Imagine” e inizi a canticchiare la canzone, così, in automatico.

Allo stesso modo, leggi sul web “oggi è il giorno della memoria” e posti il cancello del campo di concentramento più famoso del mondo, quello di Auschwitz, su tutti i social ai quali sei iscritto. Certo. È così che si fa. Fino al giorno prima leggi commenti improponibili a domande insensate. Dribbli foto e selfie di dubbio gusto, scansi barzellette alle quali non rideresti nemmeno sotto tortura. Poi, come d’incanto, arriva il 27 gennaio e boom. Tutti di colpo sanno di Auschwitz. Tutti piangono. Tutti sono sconvolti dalla tragedia. Se fai loro una domanda ti sanno pure rispondere sulla questione, sempre che il Wi-fi funzioni correttamente. L’ipocrisia credo sia tra le dieci piaghe del mondo. Forse anche tra le prime cinque. Sono alterato, è vero. Forse perché ci ho studiato sopra, ho letto, mi sono documentato. Ho parlato con persone che ci sono state, in quel tempo. Non ho pianto, ma ho riflettuto. E lo faccio anche adesso. Potrei anche aprire una parentesi e ricordare al popolo del web che spesso si ricorda il campo di concentramento di Auschwitz ma non si nomina mai quello di sterminio di Birkenau. In quel campo hanno perso la vita più di un milione di persone. Però non fa notizia. È così bello il cancello di Auschwitz. Vuoi mettere? Il paragone non regge. Poi con quella scritta sopra “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Viene da sorridere. Purtroppo. La gente non le sa queste cose. Esce di casa e pensa al proprio orticello. Saluta a malapena le persone. Stringe amicizie inutili per poi trattare male le persone vicine. Si lava la faccia al mattino per mettersi la maschera e quando arriva il 27 gennaio, parla. Non lo so che sta succedendo alle persone. A volte credo che sarebbe meglio che quella data fosse una cosa per pochi. Mi escludo eh sia chiaro. Dio non voglia che qualcuno pensi che mi merito di poterne parlare. Per pochi, per quelli giusti. Ecco, la parola perfetta. Per i giusti. Quelli che sanno che significa la sofferenza e proprio per questo, non ne parlano. La comunicano con gli occhi, il 26 gennaio come il 27, o il 28, di ogni mese e non solo gennaio. Dai ragazzi, è un cancello. È un simbolo di un luogo che non esiste più. È un fiore lasciato dove si sono spente delle vite, tante. Un fiore troppo in vista. Un luogo si da custodire, ma allo stesso modo, un luogo da tenere lontano dagli occhi. Non è vedendo le baracche di quel campo che si pensa a chi ci ha passato gli ultimi giorni. Il rispetto per i morti, lo si porta tendendo la mano ai vivi. Ricordando che chi non c’è più, ha smesso di soffrire. Chi è ancora qui, invece, aspetta un giusto che dica una parola buona. Lasciate stare i cancelli.
Quando decidete di ricordare la Shoah, fatelo in silenzio. Abbracciate qualcuno senza farne pubblicità.
Siate giusti.
Franco Quadalti.

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sabato 20 gennaio 2018

La guerra in uno scatto [DOWNLOAD DISPENSE APPUNTI RIASSUNTI PDF GRATIS]


Se alla fine della mia vita, riuscirò ad insegnare un terzo di ciò che i miei figli ogni giorno sanno insegnare a me, potrò dire di essere stato un buon padre per loro. I bambini vedono cose e sanno cose che gli adulti hanno dimenticato. Il coraggio per dirne una. La determinazione, l’orgoglio, quello buono, la tenerezza e l’amore. Eppure tutti siamo passati da lì. Tutti, una volta, lo siamo stati. Bambini. Chi più e chi meno ha vissuto l’infanzia nel modo in cui doveva, in cui poteva. Poi la vita ti cambia. Una mattina ti svegli e ti sei dimenticato di essere un bambino e diventi qualcos’altro. Spesso un adulto, difficilmente un uomo o una donna in quanto persone vere. Spesso diventiamo quello che abbiamo potuto, non quello che dovremmo. Ci sono bambini che hanno visto giocattoli, amici, la scuola. Ci sono bambini che hanno visto assenze, deliri.
Altri, tanti, troppi, hanno visto la guerra. La guerra c’è sempre, ovunque. Aprire un libro di storia e leggere della seconda guerra mondiale fa pensare a una vita fa. Fa quasi credere che la fine di quella guerra abbia sancito la pace in tutto il mondo. Invece no. Di quella guerra è stato scritto di tutto. A volte ci sono pagine con piccole storie di grandi imprese. Altre facce di una medaglia troppo pesante. Troppo costosa, ingombrante. Una guerra che finisce con una bomba atomica. Un “basta così” che si trascina da allora nei ricordi della gente. C’è una foto di due bambini, una foto del 1945, scattata dal fotografo Joe O'Donnell. Una foto chiaramente in bianco e nero, sbiadita. Di nitido non c’è neppure il significato a prima vista. Due bambini. Due fratelli. Uno stretto in una fascia, sulla schiena dell’altro, il maggiore che pare avere una decina d’anni. Impettito il ragazzino, lo sguardo duro. Il fratello minore sembra dormire. La testa piegata su un fianco come ho visto fare anche da mio figlio ai tempi in cui lo facevo addormentare in fascia mentre giravo per il centro commerciale guardando le vetrine dei negozi. Qui non ci sono negozi, non ci sono vetrine. Non c’è un padre che addormenta un figlio. C’è l’epilogo di una guerra con cui fare i conti. Il bambino non sta dormendo. È morto. La guerra l’ha portato via. L’ha ucciso e insieme a lui ha ucciso anche il bambino che albergava dentro al fratello che con una dignità più potente di quella bomba che ha messo fine a tutto, lo sta portando a cremare. Leggo da un’intervista al fotografo, che il bambino non ha detto una parola. Uno sguardo fisso. Come a cercare una via d’uscita. Come a cercare un punto lontanissimo da lì. Perché “lì” c’è la guerra, c’è il fratello senza vita, c’è lui da bambino a fare cose che nemmeno un adulto dovrebbe mai fare. Cresci con uno schiaffo. La vita è un gioco davvero strano. Assurdo. Ti dici che non può essere tutto li. Nella fame, nella devastazione. Rischi di spegnerti da un momento all’altro e spesso per scelte altrui. Eppure continui. Non si può guardare una foto del genere e non sentire dolore. Non si può vedere quella foto e non pensare che ancora oggi, nel 2018, quella foto accade. Accade quel dramma, in tante parti del mondo. Non so che fine abbia fatto quel bambino. Dieci anni allora, più di una settantina adesso dovesse essere ancora vivo. E se non dovesse esserlo, se ne sarebbe andata con lui quella sofferenza. Si morde un labbro mentre le fiamme portano via il corpo del fratello. Sanguinano. E l’anima ancora di più. Muoiono entrambi in quella guerra. Muoiono entrambi i bambini. Uno diventa un uomo forse. O un testimone di un delitto atroce. O non so cosa. So che i due fratelli quel giorno se ne sono andati entrambi, altrove, in una foto a colori dove continuano a giocare come il mondo fosse un luogo di pace.
Franco Quadalti
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